Per capire la crisi climatica dobbiamo innanzitutto definire cos’è il “clima (o meglio, il sistema climatico). Il clima è l’insieme delle condizioni medie atmosferiche – ad esempio temperatura, umidità, vento, pressione, precipitazioni – calcolate in una certa area geografica per un periodo di tempo piuttosto lungo (solitamente 30 anni).

Il clima non va quindi confuso con il “tempo” o “meteo”, che indica lo stato atmosferico di una zona in un preciso momento. Il tempo/meteo cambia velocemente, il clima è più statico, non cambia dall’oggi al domani. 

Sulla Terra il sistema climatico è sempre mutato, a causa di:

  • fattori naturali come le eruzioni vulcaniche, i cambiamenti dell’attività solare e l’inclinazione dell’asse terrestre. 
  • fattori antropici, ossia causati dall’uomo e che velocizzano il cambiamento del clima con conseguenze irreversibili.

Una delle principali cause dei cambiamenti climatici prodotti dall’uomo è l’emissione dei gas serra – tra cui la CO2.

La CO2 non è nociva di per sé, anzi, è necessaria per la vita sulla Terra. L’anidride carbonica e gli altri gas generano, infatti, l’effetto serra: trattengono il calore dei raggi solari e fanno in modo che il nostro Pianeta sia vivibile, né troppo caldo né troppo freddo. Senza l’effetto serra la temperatura media della Terra sarebbe di -14°C!

Ma più aumenta la concentrazione di gas serra, più viene trattenuto il calore, più la Terra si surriscalda, e si genera un vero e proprio effetto domino:

  • l’aumento della temperatura terrestre fa sciogliere i ghiacciai;
  • questo causa un innalzamento del livello del mare e un aumento delle zone aride e desertiche, inadatte alla vita. Le zone umide, invece, diventano sempre più umide, con frequenti alluvioni e inondazioni.

La comunità scientifica è concorde nel dire che le attività umane sono responsabili della crisi climatica, a causa di questo aumento dei gas serra nell’atmosfera. La loro concentrazione ha raggiunto livelli record: l’anidride carbonica è aumentata del 147%, il metano del 259% e il protossido di azoto del 123% rispetto ai livelli preindustriali. 

Questo aumento è dovuto soprattutto all’uso sconsiderato di combustibili fossili – carbone, petrolio e gas naturale –, responsabili del 90% delle emissioni di CO2.

Una concausa del cambiamento climatico è la deforestazione, che limita lo smaltimento della CO2. Da questo punto di vista, gli allevamenti intensivi di animali a fini alimentari giocano un duplice ruolo: aumentano la concentrazione di metano nell’atmosfera, un gas serra prodotto dagli animali, ma anche della deforestazione stessa. Interi ettari di bosco vengono infatti sostituiti da campi di allevamenti animali destinati al macello e alla coltivazione di alimenti per gli animali stessi, come la soia.

Le conseguenze dei cambiamenti climatici

L’ultimo report dell’IPCC, il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, afferma l’urgenza di contenere la temperatura entro i 1,5°C, rispetto all’era pre-industriale. Sempre secondo quest’ultimo, la temperatura è già aumentata di 1,1°C rispetto al periodo 1850-1900. La soglia di un grado e mezzo non è stata ancora raggiunta, ma dei cambiamenti sono già sotto gli occhi di tutti.

Le variazioni riguardano soprattutto gli oceani, il cui livello potrebbe aumentare tra 0,63 e 1,01 metri entro il 2100. Gli oceani assorbono tra un terzo e un quarto di tutta la CO2 rilasciata ogni anno nell’atmosfera. Un ottimo aiuto per tamponare le conseguenze del surriscaldamento globale, ma comporta anche un aspetto negativo: nel momento in cui l’anidride carbonica si scioglie nelle acque, genera acido carbonico che rende più acidi gli oceani. Il risultato è che la composizione chimica dell’acqua cambia, con conseguenze negative per l’ecosistema marino. 

Nell’ultimo report dell’IPCC viene dedicata molta attenzione ai mutamenti del ciclo globale dell’acqua. Si stima che per ogni grado di aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli pre-industriali, l’intensità delle precipitazioni aumenti del 7%. Cicloni e uragani di categoria 4 e 5 (i più distruttivi) sono destinati a diventare sempre più frequenti.

“Questo rapporto deve fungere da funerale per carbone e combustibili fossili” ha dichiarato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres.

Come si può far fronte a questa situazione?

Le strategie di intervento

Esistono due principali strategie per contrastare i cambiamenti climatici, e sono:

  • La mitigazione, ossia l’intervento sulle cause responsabili del mutamento delle temperature, come, per esempio, passare alle energie pulite e rinnovabili. 
  • L’adattamento, cioè contrastare le conseguenze del cambiamento climatico. Ovviamente questo è solo un palliativo, che serve per affrontare le mutazioni e i cambiamenti, ma non risolve il problema nella sua interezza. Un esempio può essere il MOSE, un sistema di dighe mobili per proteggere la città di Venezia, colpita dall’ultima inondazione nel 2019.

Le strategie di adattamento e mitigazione non sono due soluzioni differenti, bensì complementari ed è necessario adottarle entrambe per dei risultati positivi.

Nelle politiche di mitigazione, troviamo accordi presi a livello mondiale come per il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi. Essi sono nati da una assemblea mondiale che discute dei problemi ambientali, ossia la COP, la Convenzione Quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici che si tiene ogni anno. La prossima, la COP26, è prevista a Glasgow a novembre. 

L’Accordo di Parigi afferma l’urgenza di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5°C rispetto al 1990. Per farlo dobbiamo dimezzare le emissioni globali di CO2 entro il 2030 e azzerarle entro il 2050

Per poter garantire anche ai Paesi meno ricchi di adattarsi al cambiamento climatico, è necessario un impegno internazionale che li sostenga innanzitutto finanziariamente. Chi ha firmato l’Accordo di Parigi, deve impegnarsi ad aiutare anche queste realtà.

I cambiamenti climatici infatti non sono democratici: colpiscono maggiormente le fasce di popolazione più fragili, le comunità più legate alle risorse naturali, i più poveri. Di solito le prime vittime della crisi climatica sono quelle che hanno contribuito meno a inquinare.

Nel 2022 l’IPCC pubblicherà due nuovi report dedicati alle strategie di adattamento e mitigazione.


Credits:

  1. tawatchai07 – Ice bergs in jokulsarlon glacial lake, iceland;
  2. freepik – Pollution concept with greenhouse effect of city;
  3. https://showyourstripes.info/
  4. wirestock – High angle shot of a beautiful forest with a lot of green trees enveloped in fog in new zealand.